Sentieri selvaggi, noto anche come The Searchers, è un film western del 1956 diretto da John Ford, considerato un capolavoro del genere e una pietra miliare nella storia del cinema. Il film esplora temi complessi come il razzismo, la vendetta, la redenzione e il conflitto tra civiltà e natura selvaggia.

Introduzione

Ambientato nel Texas del 1868, tre anni dopo la fine della Guerra di Secessione, Sentieri selvaggi racconta la storia di Ethan Edwards (interpretato da John Wayne), un reduce della guerra civile che torna a casa dal fratello Aaron (Walter Coy) e dalla sua famiglia. La sua esistenza viene sconvolta quando la sua famiglia viene attaccata dai Comanche, che uccidono i suoi parenti e rapiscono sua nipote Debbie (Natalie Wood). Consumato dalla sete di vendetta, Ethan si lancia in una lunga e ossessiva ricerca per ritrovare Debbie, accompagnato dal figlio adottivo di suo fratello, Martin Pawley (Jeffrey Hunter), che ha un ottavo di sangue pellerossa.

La trama: Un viaggio attraverso il tempo e lo spazio

Il film inizia con l'arrivo di Ethan alla fattoria del fratello, dopo una lunga assenza di tre anni. L'accoglienza è calorosa, soprattutto da parte di Martha (Dorothy Jordan), la cognata di Ethan, con la quale si percepisce una profonda affinità. La tranquillità della vita familiare viene però bruscamente interrotta da un'incursione dei Comanche, guidati dal capo spietato Scar (Henry Brandon). Durante l'attacco, la fattoria viene distrutta, Aaron, Martha e il figlio Ben vengono uccisi, mentre le nipoti Lucy e Debbie vengono rapite.

Ethan, insieme a Martin e ad altri uomini della comunità, si mette sulle tracce dei Comanche. La ricerca si protrae per anni, durante i quali il gruppo si disgrega a causa delle difficoltà e dei pericoli incontrati. Ethan e Martin continuano imperterriti, mossi da motivazioni diverse: Ethan è accecato dalla vendetta e dal desiderio di uccidere gli indiani, mentre Martin spera di salvare Debbie e riportarla a casa.

Nel corso della loro ricerca, Ethan e Martin affrontano innumerevoli sfide, sia fisiche che morali. Assistono a scene di violenza e brutalità, incontrano personaggi ambigui e corrotti, e sono costretti a confrontarsi con i propri pregiudizi e le proprie paure. La loro relazione è segnata da tensioni e conflitti, dovuti soprattutto al razzismo di Ethan nei confronti di Martin e alla sua ossessione per la vendetta.

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Dopo anni di ricerche, Ethan e Martin riescono finalmente a trovare Debbie, ormai cresciuta e integrata nella tribù Comanche. La ragazza non vuole tornare indietro, e Ethan, accecato dall'odio, è pronto a ucciderla per impedirle di vivere con gli indiani. Martin interviene per salvarla, e in un drammatico confronto finale Ethan si trova di fronte a una scelta: cedere alla sua sete di vendetta o redimersi e accettare Debbie per quello che è diventata.

Temi principali

Sentieri selvaggi è un film ricco di significati e interpretazioni, che affronta temi complessi e controversi della storia americana.

Razzismo e pregiudizio

Il film esplora il tema del razzismo e del pregiudizio nei confronti dei nativi americani, mostrando la violenza e la brutalità con cui sono stati trattati dai coloni bianchi. Il personaggio di Ethan Edwards è un esempio emblematico di questo razzismo, alimentato dall'odio e dalla sete di vendetta. Il suo disprezzo per i pellerossa è talmente radicato da spingerlo a considerare l'uccisione di Debbie come una soluzione preferibile al suo vivere con gli indiani.

Vendetta e redenzione

La vendetta è una delle forze trainanti della trama, che guida le azioni di Ethan e lo spinge a compiere gesti estremi. Tuttavia, il film suggerisce che la vendetta non porta alla felicità o alla giustizia, ma solo alla distruzione e alla sofferenza. Il percorso di Ethan è segnato da un progressivo disfacimento interiore, che lo porta sull'orlo della follia. Solo nel finale, grazie all'intervento di Martin e alla sua compassione per Debbie, Ethan riesce a superare il suo odio e a trovare una forma di redenzione.

Civiltà e natura selvaggia

Il film contrappone la civiltà dei coloni bianchi alla natura selvaggia e incontaminata del West. I coloni cercano di portare la civiltà e l'ordine in un territorio considerato barbaro e selvaggio, ma spesso lo fanno con violenza e sopraffazione. I nativi americani, d'altra parte, sono visti come una minaccia alla civiltà, ma anche come una parte integrante e irrinunciabile della natura selvaggia. Il film suggerisce che la vera sfida è trovare un equilibrio tra civiltà e natura, e che la distruzione dell'una porta inevitabilmente alla distruzione dell'altra.

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L'essere fuori tempo

Il film parla dell'essere fuori tempo, travolti dalla storia e dalle scelte individuali. La nascita di una nazione come gli Stati Uniti si basa su divisioni, lotte intestine e anche violenze e stermini. The Searchers sono quegli uomini sempre in movimento che provano a guardare al di là dei confini del visibile per provare a rimettersi in sincronia con il proprio tempo. I primi pionieri che si sono spinti dentro la wilderness hanno dovuto fare i conti con le avversità naturali e le guerre di secessione. Qualcuno ha pagato con la vita, qualcuno porta ferite profonde, incurabili. Uno di questi malati di malinconia è Ethan Edwards (John Wayne) che si impegna in una lunghissima ricerca della nipote Debbie (Natalie Wood) rapita dagli indiani Comanche e dal loro truce capo Scar (Henry Brandon).

Lo stile di John Ford

Sentieri selvaggi è un film che si distingue per la sua regia impeccabile, la sua fotografia mozzafiato e la sua colonna sonora suggestiva. John Ford utilizza il formato VistaVision per esaltare la bellezza dei paesaggi del West, in particolare della Monument Valley, che diventa un personaggio a tutti gli effetti. La sua regia è caratterizzata da un ritmo lento e contemplativo, che permette allo spettatore di immergersi nella storia e di riflettere sui temi affrontati.

Ford impiega pochissimi primi piani e regala qualche carrellata in avanti nei momenti topici. Introduce anche una nota ironica nei rapporti sentimentali che trova il suo culmine nella scena della quadriglia (sembra quasi un omaggio a Sette spose per sette fratelli) e nella paradossale lettera d’amore letta da Laurie (Vera Miles).

Come già sottolineato da Gilles Deleuze, questi blocchi durano il tempo necessario a un occhio esperto per vedere tutto ciò che celano, e fanno di John Ford un “contemplativo rapido”, cioè un regista capace di attimi di contemplazione pura prima che si scateni l’azione. John Ford inquadra perfettamente la relazione tra pensiero e azione. L’attore che incarna perfettamente lo stile registico di Ford in questi termini di tempo-movimento è proprio John Wayne, qui alla migliore interpretazione della sua carriera.

Il personaggio di Ethan Edwards

Ethan Edwards è uno dei personaggi più complessi e controversi del cinema western. È un uomo duro, solitario e razzista, consumato dall'odio e dalla sete di vendetta. Tuttavia, è anche un uomo coraggioso e determinato, disposto a tutto pur di raggiungere il suo obiettivo. La sua figura è avvolta nel mistero, e il suo passato è segnato da eventi traumatici che lo hanno reso quello che è.

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Ethan è l’anti Ulisse, che al ritorno di un limbo di tre anni, non trova nessuna Penelope e nessuna Itaca, ma solo Proci. I suoi occhi guardano Martha come un’occasione perduta. Ethan si trova improvvisamente messo fuori gioco dalla storia e lotta ancora disperatamente per non diventare fantasma. Il terribile odio verso i Comanche diventa l’unica sua ragione di vita: persi l’amore, gli affetti e anche una possibile idea di famiglia allargata, rimane l’annientamento del nemico, così simile a noi stessi.

Il lungo fiume di Sentieri selvaggi attraverso clamorose ellissi di tempo (sottolineate da lettere che impiegano anni ad arrivare al destinatario) è un viaggio al termine della propria cattiva coscienza. Le violenze sono da entrambi gli schieramenti, sia da parte dei bianchi, sia da parte dei nativi americani. L’avidità è una caratteristica che accomuna sia il locandiere Futterman (Peter Mamakos) che il faccendiere messicano Emilio Figueroa (Antonio Moreno) ed è direttamente proporzionale alla vigliaccheria. Anche i principi religiosi incarnati dal reverendo-ufficiale sembrano crollare di fronte al principio di realtà di Ethan Edwards. Gli unici personaggi positivi sembrano essere il folle shakespeariano Mose (Hank Jordan) così legato al concetto di casa (e alla sedia a dondolo) e il giovane Martin che richiama Ethan ad un senso di responsabilità paterno.

L'eredità di Sentieri selvaggi

Sentieri selvaggi è considerato un film fondamentale nella storia del cinema western, che ha influenzato generazioni di registi e sceneggiatori. Il film è stato apprezzato per la sua complessità tematica, la sua regia innovativa e la sua interpretazione memorabile di John Wayne. È stato definito un "western definitivo" che profetizza il tramonto di un genere attraverso il contrasto tra natura e civiltà. Wayne è il loner che continua a vagabondare e non trova più punti di riferimento.

Il film è stato oggetto di numerose analisi e interpretazioni, e continua a essere studiato e discusso nelle scuole di cinema di tutto il mondo. È considerato un capolavoro senza tempo, che affronta temi universali come il razzismo, la vendetta, la redenzione e il conflitto tra civiltà e natura selvaggia.

Sceneggiato da Frank S. Nugent sul romanzo The Searchers di Alan Le May (basato su eventi realmente accaduti), film feticcio per Martin Scorsese, Steven Spielberg, John Milius e Paul Schrader, Sentieri selvaggi è il canto malinconico di un loner che vive ancora in un passato mitologico e non trova più il proprio posto nel mondo. Ed il passato ritorna ancora per un momento al centro dell’immagine per poi scomparire dietro una porta che si chiude.

Il finale: Un addio malinconico

Il finale di Sentieri selvaggi è uno dei più iconici e commoventi della storia del cinema. Dopo aver salvato Debbie e averla riportata alla sua famiglia, Ethan si allontana solitario, lasciando la casa e la civiltà alle spalle. La porta della casa si chiude dietro di lui, simboleggiando la sua esclusione dalla comunità e il suo destino di eterno vagabondo.

La grandezza di Sentieri selvaggi sta in questa malinconica forma di resistenza di un uomo che si afferra per un braccio (omaggiando Harry Carey) quasi per non volere lasciare il centro dell’inquadratura.

La prima inquadratura di Sentieri selvaggi coincide anche con l'ultima: si apre una porta, se ne chiude un'altra. Al centro, vi è Ethan Edwards. Quando arriva, in sella al proprio cavallo, e quando andrà via, dopo aver compiuto la propria missione, mentre osserva una nuova felicità dinanzi a sé. È un tema ricorrente nel western americano: il cavaliere solitario che non ha mai pace, destinato a vagare da un luogo all'altro per poi concedersi brevi periodi in quella che si potrebbe definire "casa". L'epopea del West, del resto, ha avuto come protagoniste persone che hanno viaggiato per tutta la vita, ritenendosi fortunate nel caso riuscissero a stabilirsi in un posto, trovando la possibilità di costruire un futuro per la propria famiglia. Ma vi è anche tanta solitudine in pistoleri e cowboy che non potevano legarsi a nulla, appesi com'erano a un filo sottile fluttuante tra la vita e la morte.

Nel cinema di John Ford basterà citare altri due esempi, oltre l'Ethan di The Searchers: lo sceriffo Wyatt Earp di Sfida infernale (1946), interpretato da Henry Fonda; e il crepuscolare Tom Doniphon di L'uomo che uccise Liberty Valance (1962), impersonato ancora da John Wayne. Pur partendo da presupposti differenti, tutti e tre hanno dei tratti che impediscono loro di non essere altro che uomini d'azione: chi per ripristinare la giustizia in terre nelle quali il più forte sovrasta inevitabilmente il più debole (Earp), chi per ritrovare parte di quello che sembrava aver perso (Edwards), chi per far parte al progresso e a una nuova società ma senza dover rinunciare al proprio orgoglio e ai propri principi, uscendo lentamente di scena (Doniphon).

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