John Ford, pseudonimo di Sean Aloysius O'Feeney, è stato un regista e produttore statunitense di origini irlandesi, nato nel 1894 e scomparso nel 1973. La sua figura è un'autentica pietra miliare nella storia del cinema, un autore studiato e ammirato che ha contribuito in modo fondamentale a definire il genere western, ambito di riferimento per la sua lunghissima carriera cinematografica, iniziata nel 1917 e conclusasi nel 1966.

Riferimento assoluto per registi del calibro di Orson Welles, Akira Kurosawa, Sam Peckinpah, Sergio Leone, Clint Eastwood e François Truffaut, Ford ha legato il suo nome a quello di John Wayne, figura simbolo del mito della frontiera, che ha diretto in più di venti film.

Gli inizi e l'affermazione nel cinema muto

Arrivato a Hollywood nel 1914, con lo pseudonimo di Jack F., Ford diresse una trentina di western durante l'era del muto, tra cui spicca "Il cavallo d'acciaio" (1924), un'epica vicenda sulla costruzione della linea ferrata. Tra due rulli, medi e lungometraggi sono decine i film che il giovane F. firma. Quattro anni dopo, nel 1928, realizza L'ultima gioia (insulso titolo italiano di Four Sons), con il quale vince il premio per il miglior film dell'anno.

Il passaggio al sonoro e i primi Oscar

Il passaggio al sonoro non intaccò minimamente la prolificità di Ford. Diresse "La pattuglia sperduta" (1934) e "Il traditore" (1935), quest'ultimo ambientato durante la rivolta antinglese di Dublino, che gli valse il primo dei suoi cinque Oscar.

Il 1939: L'anno di "Ombre rosse" e "Alba di gloria"

Il 1939 fu un anno cruciale per Ford. Girò "Ombre rosse" (Stagecoach), film emblema del western con John Wayne, e ricostruì la giovinezza di Lincoln in "Alba di gloria" (Young Mr. Lincoln).

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"Ombre rosse": Un capolavoro che definisce il genere western

"Ombre rosse" è considerato uno dei capolavori della storia del cinema e un archetipo del genere western. Una diligenza in fuga, inseguita da un'orda di apaches, mentre scorrono visioni sfolgoranti della celeberrima Monument Valley. Tratto da un breve racconto di E. Haycox, e forse vagamente ispirato a Boule de suif di Maupassant, nella memoria storica dello spettatore Ombre rosse si identifica tout court con il genere western, di cui rappresenta una svolta decisiva. Anzi, per la sua originalità, per il suo metro stilistico, per il profilo esistenziale dei personaggi, si presenta come il paradigma del western a venire. Lo sguardo di F. esplora il microcosmo che popola la diligenza, luogo topico della vicenda, senza complicità: una prostituta, un medico alcolizzato, un baro di professione, un banchiere ladro, un venditore di liquori, la moglie incinta di un ufficiale di cavalleria (che partorirà lungo la strada), uno sceriffo e un fuorilegge raccolto lungo il cammino; donne e uomini soli diversi, gettati in un ambiente estraneo e ostile, di cui vengono messi a nudo le debolezze, le paure, gli eroismi inaspettati. Mai prima di quest'opera straordinaria i caratteri degli uomini della Frontiera erano stati così nettamente delineati.

Gli anni '40: Successi e impegno sociale

Nel 1940, Ford diresse "Furore" (The Grapes of Wrath), tratto dal romanzo di John Steinbeck, un film che rappresenta il filone del cinema sociale rooseveltiano e che gli valse un secondo premio Oscar. L'anno successivo arrivò il suo quarto Oscar con "Com'era verde la mia valle" (How Green Was My Valley), ambientato in Irlanda.

"Furore": Un'opera di denuncia sociale

"Furore" è un'opera singolarmente dura nel panorama fordiano, una denuncia del disastro sociale e degli scenari di miseria indotti dalla depressione seguita alla grande crisi del '29. Pur privilegiando lo studio dei caratteri e le atmosfere liriche rispetto alla violenta invettiva sociale di Steinbeck, F. denunciò egualmente in modo chiarissimo i mali endemici della società americana, mettendo con le spalle al muro lo spettatore e costringendolo a scegliere, se non tra opposte idee politiche, certo tra opposte visioni della società, dell'uomo e del suo destino.

Gli anni della guerra e il ritorno al western

La guerra interruppe per tre anni l'attività del regista, mobilitato come ufficiale e addetto alle riprese di materiale di propaganda e di documentazione. Ferito da una scheggia, decorato e congedato, ritornò al western nel 1946, realizzando "Sfida infernale" (My Darling Clementine), un autentico capolavoro.

"Sfida infernale": Un western epico e romantico

Tema portante del film è la vendetta, con relativo scontro finale che scioglie l'intreccio. Ma il vero fulcro dell'opera risulta il personaggio interpretato da un magistrale H. Fonda (un Wyatt Earp pacato, tranquillo e al tempo stesso determinato): una figura quasi antifordiana, per così dire, che si trova al centro di un'opera felicemente sospesa tra epica e romanticismo. Indimenticabile la sequenza in cui Fonda/ Earp danza con il mantello della sua dama appoggiato sul braccio: è dapprima impacciato, intimidito, ma presto si lascia prendere dal ballo con grande eleganza; lo sguardo quasi adorante e insieme malizioso della donna viene in primo piano e invade lo spazio con una forza emotiva coinvolgente.

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Gli anni '50: Il quarto Oscar e "Sentieri selvaggi"

Il suo quinto Oscar giunse con un film di ambientazione irlandese, "Un uomo tranquillo" (The Quiet Man, 1952). A metà degli anni Cinquanta, Ford realizzò il film che segnò in maniera definitiva il cinema americano, "Sentieri selvaggi" (The Searchers, 1956), opera summa che racchiude in sé tutta la storia della Settima arte.

"Sentieri selvaggi": Un'opera complessa e profonda

"Sentieri selvaggi" è un'opera complessa e profonda, tra le più studiate ancora oggi. In questo film, Ford descrive con notevole finezza psicologica un eroe che gli somiglia: un uomo di mezza età che ha subito terribili traumi ed è ossessionato dal desiderio di rivincita, spinto verso comportamenti aspri e violenti, e che anche dopo il riscatto sarà costretto ad allontanarsi e a errare senza fine, incalzato da un destino implacabile. Un'opera che, nel rapporto tra il protagonista e il giovane cowboy (Jeffrey Hunter) è anche un magnifico viaggio di formazione, dal ritmo lento e dolente.

Gli ultimi anni: Un cinema crepuscolare e revisionista

Negli ultimi anni della sua carriera, Ford aprì la strada al filone "revisionista" del western, quello filo-pellerossa. Realizzò "Soldati a cavallo" (1959), "Cavalcarono insieme" (1961) e "L'uomo che uccise Liberty Valance" (1962), quest'ultimo considerato il suo ultimo capolavoro. Anche "Il grande sentiero" (1964), film per la verità poco riuscito, è un tentativo di riscattare i nativi americani, questa volta gli Cheyennes. F. gira il suo ultimo film, Missione in Manciuria, nel 1966.

"L'uomo che uccise Liberty Valance": Una riflessione sul mito del West

"L'uomo che uccise Liberty Valance" è una straordinaria riflessione sul mito del West e sul rapporto tra storia e leggenda e tra verità e finzione. In questo film, Wayne ritorna, accanto a J. Stewart, con il suo profilo di uomo duro e generoso, segnato però da un rivolo di malinconia, da una vena di sofferenza solitaria, cui il tocco fordiano conferisce ancora una volta quella sorta di tristezza epica che incarna la potenza del mito e della leggenda.

Altri filoni della sua carriera

Oltre al western, un secondo filone importante della carriera di Ford è stato la trasposizione sullo schermo di racconti e romanzi come "La via del tabacco" (1941) e "La croce di fuoco" (1947).

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Uno stile inconfondibile

Ford fu forse l'ultimo esponente di un cinema generoso, artigianale, ideologicamente contraddittorio e nutrito di un ingenuo e sincero idealismo nei confronti dei valori americani. Tenace, metodico, a volte aspro, ma anche tenero, appassionato e ironico, alla fine della carriera avrà frequentato quasi tutti i generi, e la sua filmografia consisterà di oltre 150 titoli.

I film del 1942

L'anno 1942 fu particolarmente significativo per John Ford, segnato dal suo impegno nella Seconda Guerra Mondiale. In questo periodo, realizzò principalmente documentari di propaganda bellica, tra cui spicca:

  • The Battle of Midway (La battaglia di Midway): Un documentario che ripercorre la cruciale battaglia nel Pacifico, mostrando immagini reali e cruente del conflitto. Questo lavoro, realizzato con sprezzo del pericolo, fece conoscere all'America la più grande battaglia e la più grande vittoria statunitense nel Pacifico. Il documentario fu calorosamente appoggiato dal presidente F.D. Roosevelt e ottenne l'Oscar per la regia.

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