Via Paolo Sarpi, situata nel cuore di Milano, è una via antica che negli anni ha subito trasformazioni significative, diventando un simbolo della convivenza tra cultura italiana e cinese. Questo articolo esplora la storia di Via Paolo Sarpi, analizzando i cambiamenti sociali, economici e culturali che hanno plasmato l'area, con un focus sulle sfide e le opportunità che questa trasformazione ha portato.

Origini e Trasformazione di Via Paolo Sarpi

Inizialmente, Via Paolo Sarpi era caratterizzata da negozi italiani tradizionali. Tuttavia, con l'arrivo della comunità cinese, soprattutto a partire dagli anni '80, la via ha subito una profonda trasformazione. Uno dopo l'altro, quasi tutti i negozi italiani sono scomparsi per lasciare posto alle insegne scritte in caratteri orientali. Questo cambiamento ha portato la via a diventare una Chinatown, unica nel suo genere.

L'Impatto dell'Immigrazione Cinese

L'immigrazione cinese ha trasformato il volto di Via Paolo Sarpi. La nuova immigrazione cinese ha comprato tutte le vetrine su strada, trasformando i negozi al dettaglio in commercio all’ingrosso. La via, dopo un lungo periodo di riaggiustamenti e lavori urbani che hanno penalizzato il commercio della zona, sembra finalmente essere ripartita alla grande. Il traffico caotico dei carrellini colmi di merce portati lungo la via dai rivenditori all’ingrosso, praticamente non c’è più. Invece che sui capi d'abbigliamento fatti in serie (a basso costo) e le solite cianfrusaglie, alcuni dei nuovi negozi aperti da giovani cinesi puntano sui prodotti di qualità.

La Vita nella Chinatown Milanese

Oggi Via Paolo Sarpi è un tratto pedonale abbellito da panchine e vasi di fiori. Poche le auto che la percorrono, quasi sempre si tratta di grossi SUV dei nuovi cinesi benestanti. Della Milano di un tempo resta ben poco: forse si ritrova ancora nel color arancione o verde dei tram che l'attraversano, all'incrocio con via Bramante, o nell’architettura dei palazzi antichi. Camminando lungo la via, ci si accorge che gli italiani sono una minoranza tra la moltitudine di gente che si incontra. Ed è singolare, anche se ormai i milanesi ci hanno fatto quasi l'abitudine, sentire parlare molti di loro con la tipica cadenza meneghina, figli e nipoti dei primi cinesi arrivati a Milano. Altri (a dir la verità pochissimi) nonostante siano qui da anni, invece non sanno (o non vogliono) dire nulla in italiano: la loro vita sociale si svolge quasi tutta all’ interno di questa grande comunità. Gran parte dei residenti arriva da Wenzhou e parla un dialetto tipico di quella città (noto anche come 'la lingua del diavolo') una variante del gruppo linguistico 'wu', che venne usata nel conflitto sino - giapponese come codice militare per la sua complessità. Una lingua che risulta incomprensibile perfino alla grande maggioranza dei cinesi.

La Lingua di Wenzhou

'Non temere il Cielo o la Terra, temi l’uomo di Wenzhou quando parla la sua lingua', recita infatti un antico adagio cinese. Tra tutti i loro connazionali, sembra che gli abitanti di Wenzhou siano famosi per essere (secondo alcuni) privi di scrupoli e abilissimi nel commercio: due cose che, a ben pensarci, procedono spesso di pari passo. Dal duemila in poi a Milano gli investimenti dei cinesi sono aumentati.

Sfide e Opportunità

Oggi in via Paolo Sarpi (ma non solo, in ogni via di Milano c'è almeno un bar gestito da cinesi) le attività compaiono e spariscono in così poco tempo da sorprendere perfino chi ci abita. In molti sorgono quindi spontanee alcune domande: cosa si nasconde dietro il successo delle attività commerciali che aprono e chiudono a ritmo vertiginoso? Secondo dati ufficiali (ovviamente indicativi e non generalizzati), i reati più comuni attribuiti alla comunità cinese sono questi: ricorso all’evasione fiscale, locali non adeguati alle alle norme di sicurezza, forza lavoro clandestina con retribuzioni sotto il minimo salariale, sfruttamento della prostituzione, riciclaggio di capitali illeciti attraverso i money transfer o negli immobili. Molte delle loro attività, inoltre, chiudono entro i due anni dall’inizio, visto che è difficile ricevere visite fiscali in tempi così brevi. Chi vive a Milano, nonostante ciò che si dice sulla comunità cinese, sa che invece gran parte di loro non ha mai creato nessun problema ed è costituita da lavoratori instancabili, rispettosi della città che li ospita fino al punto da farsi chiamare con nomi italiani.

Convivenza e Integrazione

Via Paolo Sarpi è una via antica della città, dove Cina e Italia convivono senza particolari problemi, fianco a fianco, diversa da tutte le altre Chinatown sparse nel resto del mondo.

Il Sistema di Valori Confuciani

Via Paolo Sarpi riflette anche questo: un sistema di valori ispirati alle teorie confuciane di armonia sociale, in cui l’individuo non è mai una realtà isolata, ma si realizza attraverso i rapporti sociali, che trovano la prima corrispondenza nella struttura cardine della società, la famiglia, in cui ognuno ricopre un ruolo preciso all’interno di un modello gerarchico. L’arrivo graduale dei wenzhouren a Milano ha seguito linee famigliari e legami di parentela. In molti, nella huarenjie (la via dei cinesi), si conoscevano già prima di arrivare qui. L’elemento fondante della comunità cinese è proprio un modello di famiglia allargata che esprime interessi comuni avendo come fulcro la gestione di un’attività e che, in caso di necessità, fornisce protezione e aiuto ai membri della comunità. È il molteplice che si fa uno.

La Memoria del Passato

“Prima era così anche per noi” racconta una commerciante italiana. “Negli anni cinquanta, dopo la guerra, ci si aiutava molto. Quando i dipendenti di mio suocero vollero mettersi in proprio, lui fu il primo ad aiutarli. Oggi ci vuole coraggio, un negozio richiede tante ore di lavoro, bisogna lavorare al sabato e non è detto che si guadagni. Il lavoro, poi, va continuamente rinnovato, bisogna differenziarsi dalla grande distribuzione. A spingerci avanti, è la passione per la nostra attività, mio marito lavora qui da sessant’anni, ora ne ha settantatré, ma non riuscirei a fermarlo. Anche noi abbiamo dovuto scegliere cosa fare e abbiamo impostato la nostra vita in un certo modo, in virtù della nostra storia”.

La Famiglia e l'Economia

Queste parole acquistano maggiore significato in un momento, come quello attuale, in cui il dibattito sulla famiglia ha praticamente monopolizzato i media. Quale impatto sociale ha avuto il passaggio dalla famiglia estesa alla famiglia mononucleare? Esiste una relazione tra la dissoluzione delle famiglie, nella loro forma tradizionalmente conosciuta, e la scomparsa di alcuni segmenti dell’economia italiana? In questa via, sembrerebbe proprio di sì. Oggi, nella via dei cinesi, i pochi negozi italiani che ancora (r)esitono sono proprio quelli che hanno una storia e una lunga tradizione alle spalle, tramandata da generazione in generazione. Famiglie allargate, che hanno profuso i loro sforzi in un’attività che riesce a mantenere tutti coloro che vi partecipano. A chiudere bottega sono stati invece quelli che non avevano più il ricambio generazionale. In molti casi, i figli, cresciuti nel benessere, non hanno voluto saperne di un lavoro in cui non si bada a orari o si sacrificano le festività. Così, quando nei loro negozi si sono affacciati i cinesi con le valigette piene di contanti, non hanno avuto altra soluzione che accettare la consistente somma che gli veniva offerta. Questi metodi d’acquisto oggi non sono più praticabili, per tante ragioni. E anche il cinese non accetta più di comprare a qualsiasi cifra. “Continuano a venire a propormi di vendere, sa? L’ultima volta è stata proprio qualche giorno fa. Oggi però trattano sul prezzo, sanno di essere più forti”.

Cambiamenti Sociali e Generazionali

“Io in Paolo Sarpi ci sono nato” mi risponde un altro negoziante. “Un tempo la via era molto più viva: era una zona popolare, c’erano gli operai venuti dal meridione, famiglie con tre, quattro figli. Adesso, è vero, si sta ripopolando, anche grazie agli investimenti degli ultimi anni, ma ci abitano per lo più single, radical chic. Anche le nuove costruzioni qui in zona sono tutte di mono e bilocali. Quando l’operaio veniva a far la spesa, comprava per tutta la famiglia. Oggi devo vendere prodotti pronti e già porzionati al single che viene da me a comprare, e sono costretto ad alzare i prezzi”. “I nostri figlioli oggi lavorano tutti e due per Eataly, sempre in questo settore” lo interrompe la moglie. “Certo che a noi faceva piacere se portavano avanti l’attività. Questo negozio tra poco compie novant’anni, è un peccato se scompare. Noi ci sentiamo ancora giovani e andiamo avanti. Quando saremo stanchi, poi, indovina a chi venderemo l’attività?”

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