Affermare che Pagani Automobili realizzi auto esclusive sarebbe quasi un eufemismo. La sua storia, benché relativamente breve, l’ha vista lanciare alcuni dei modelli più belli ed esclusivi in circolazione. Aggiudicarsene uno significa disporre di fortune economiche quasi infinite, perché il marchio si rivolge alla creme-de-la-creme della popolazione mondiale. La Casa cerca lei stessa di farsi portatrice di innovazione, nell’eterna lotta contro gli altri colossi della Motor Valley italiana quali Ferrari e Lamborghini. Essendo venuta dopo, ritagliarsi uno spazio imponeva di seguire un percorso differente, pena la rapida caduta nel dimenticatoio.
Gli Anni Giovanili e la Passione per i Motori
Nato a Casilda, in Argentina, il 10 novembre 1955, Horacio Pagani sviluppa una passione viscerale per i motori fin dagli anni Sessanta. Grazie alla lettura di riviste di settore quali Automundo scopre le Case europee e, in particolare, quelle italiane. Mentre frequenta la scuola media inizia a costruire modellini, una mini-moto e un buggy sulla base di un chassis e di un propulsore di una vecchia Renault Dalphine. Ottenuto il diploma, si iscrive all’Università di La Plata per studiare disegno industriale, prima di seguire i corsi di Ingegneria meccanica a Rosario. Tuttavia, abbandona presto le velleità accademiche.
Horacio frequenta, fin da giovanissimo la bottega del modellista navale Tito Ispani, conciliando questa frequentazione con la passione per le auto, leggendo le riviste del settore e cercando di realizzare di primi bozzetti. Ha modo poi di mettere in pratica questo suo attento studio, quando all’età di 14 anni, gli viene regalato un motore Sachs Televel che lui ricostruisce insieme all’amico d’infanzia, Gustavo Marani, chiamato “Gustavito”, la cui famiglia era proprietaria di un’officina. Arriva poi l’opportunità, prima di finire la scuola superiore, di costruire una piccola auto, una Dune-Buggie, adattando un kit per una carrozzeria al telaio di un’altra auto. Si stabilisce allora in un garage improvvisato, chiamato “Tajer”, dove inizia subito a progettare e realizzare mobili e strutture su misura, fino ad arrivare ad un prototipo di roulotte, chiamata “L’Alpine” che sponsorizzava l’attività della ditta “Horacio Pagani Design”, durante l’Esposizione Industriale e Commerciale di Casilda. Arriva poi, nel 1979 la grande occasione con la realizzazione di una vettura per le corse, la Pagani F2 per il campionato di Formula 2, guidata dal pilota Agustin Beamonte.
L'Arrivo in Italia e l'Esperienza in Lamborghini
Gli anni Settanta sono pieni di fermento e lo sbarco della Formula 2 in Argentina lo induce a tentare la progettazione di una monoposto, con l’obiettivo di partecipare alla competizione ufficiale. Quand’è il 1982 lascia la terra d’origine, destinazione Italia. Qui, Horacio Pagani sarà assunto dalla Lamborghini come operaio metalmeccanico, dimostrando, fin da subito, doti ingegneristiche fuori dal comune e idee da creativo visionario. Arriva quindi, con la fiducia riposta in lui dall’ingegnere Giulio Alfieri, a progettare una piccola Lamborghini, la P140, che anticiperà alcune soluzioni che verranno utilizzate in altri modelli.
Inizia a lavorare per Lamborghini, dapprima in veste di operaio nel reparto di carrozzeria sperimentale. Forte delle competenze e delle esperienze acquisite, inaugura nel 1988 la Pagani Composite Research, un’azienda pronta a collaborare con brand già affermati. Fornisce, nello specifico, un apporto prezioso alla Casa del Toro per la Diablo. Tre anni dopo apre una seconda compagnia, Modena Design, fidata partner di realtà come Dallara, Ferrari, Bergman, Lange e Renault.
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La Nascita del Sogno: Pagani Automobili
Intanto, Pagani stava sviluppando l’idea personale di realizzare una supercar in autonomia, la Fangio 1, che costituirà poi la base della futura Pagani Zonda. Successivamente, inseguendo il sogno di una vettura a nome Pagani, fonda la Modena Design S.p.A nel 1993 a San Cesario sul Panaro, dove inizia a lavorare al suo nuovo progetto che si concluderà con il lancio della prima vettura nel 1998 e la sua presentazione al Salone di Ginevra nel 1999: si tratta della Pagani Zonda C12, dal nome di un vento torrido che soffia sulle Ande argentine, realizzata in carbonio a vista e con un motore Mercedes V12.
L’incontro con Fangio è uno spartiacque nella carriera di Horacio Pagani. Beneficia dell’intermediazione del pilota per entrare a diretto contatto con Mercedes-Benz AMG, e allora vengono gettate le basi di una proficua collaborazione. I test aerodinamici della vettura in via di sviluppo avvengono nella galleria del vento della Dallara, mentre Horacio affina il design, ispirato alle linee sinuose e aerodinamiche dei concept Mercedes-Benz di Gruppo C. Infatti, in segno di rispetto verso Fangio, scomparso nel 1995, Horacio decide di ribattezzarla Zonda C12. Il nome omaggia il vento impetuoso che soffia sulle pampas argentine.
Zonda: L'Icona che Ha Iniziato Tutto (1998-2011)
Il primo modello prodotto dalla Pagani è la Zonda, realizzata in 140 esemplari. Tramite la conoscenza del connazionale Juan Manuel Fangio, Horacio Pagani riesce a ottenere la fornitura di motori V12 da parte della Mercedes-AMG e la vettura riceve il nome di Zonda, derivato da un vento che soffia nelle “pampas” argentine.
È un capolavoro: il telaio e la carrozzeria in fibra di carbonio, all’epoca materiali innovativi, sono “spaccamascella”. Sotto il cofano pulsa, inoltre, un esuberante dodici cilindri Mercedes-AMG da 5987 cm³. Il “battesimo” ha luogo al Salone dell’Automobile di Ginevra del 1999, e da lì si schiudono molte porte.
Nel corso della sua carriera, la Zonda è stata declinata in una decina di versioni principali e tantissimi esemplari unici, con potenze tra 394 e 760 CV. Tra le principali, le più importanti sono la Zonda S, la Zonda F e la Zonda R. La Zonda S del 2000 cela un propulsore da 7010 cm³ di cilindrata, poi aumentata a 7291 cm³ con l’upgrade a 558 CV. Esce anche la variante roadster, sintesi del piacere di guida en-plein air. Quindi, nel 2002 scocca l’ora della Zonda F, un tributo a Fangio. All’esordio eroga 602 CV, innalzati a 650 CV, così da reggere colpo su colpo alle supercar più performanti del periodo. La scoperta riceve un aggiornamento nel 2005: dotata di un “cuore pulsante” da 7291 cm³ e 558 CV. E, invece, nel 2018 chiude il sipario la HP Barchetta, l’auto di serie più costosa al mondo.
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Huayra: Il Dio del Vento (2011-2022)
Nel 2011, la Pagani presenta il suo secondo modello, la Huayra. Anche stavolta il vento e l’Argentina sono protagonisti: nella mitologia sudamericana Huayra-teta è infatti il dio che comanda i venti e gli uragani della cordigliera delle Ande. L’erede spirituale della Zonda viene lanciata nel 2011, un connubio tra prestazioni mozzafiato, lusso raffinato e tecnologia d’avanguardia.
Dotata di un telaio in carbotanio, una combinazione di carbonio e titanio che aveva debuttato con la Zonda R, la sua progettazione è durata diversi anni fino a raggiungere le forme definitive. Come sulla Zonda, anche la Huayra è equipaggiata con un V12 di origine Mercedes-AMG, in questo caso un 6 litri capace di erogare fino a 730 CV per spingere la supercar a 370 km/h. Al centro, un V12 biturbo da 6 litri, frutto del sodalizio insieme a Mercedes-AMG. In base alla versione, sprigiona una potenza da un minimo di 730 a un massimo di 850 CV, tradotti in una velocità massima superiore ai 380 km/h e in uno scatto da 0 a 100 km/h in soli 2,8 secondi. La cura del dettaglio è talmente maniacale che ciascuno dei 1400 bulloni della Pagani Huayra è realizzato in titanio grado 7 e su ogni singolo bullone è inciso il logo Pagani.
Nel 2017 viene presentata la Huayra Roadster, prodotta in 100 esemplari e dotata dello stesso V12 della coupé ma questa volta con potenza di 764 CV. Anche nel caso della Huayra, sono diverse gli esemplari unici e le edizioni speciali, la più importante delle quali è la Huayra BC, presentata nel 2016, con 789 CV e il peso a secco di 1.218 kg.
Utopia: Ritorno all'Analogico (2022-Oggi)
In un mondo sempre più digitale può avere ancora senso una vettura “analogica”? Sì, e la risposta la dà la Utopia, svelata nel 2022. L’ultimo capito della casa di San Cesario sul Panaro si chiama Utopia, presentata a settembre dello scorso anno.
Realizzata su una monoscocca in fibra di carbonio che contribuisce a contenere il peso a 1.280 kg, anche l’Utopia sfrutta il V12 biturbo Mercedes-AMG di 6 litri. Questa volta la potenza arriva a 864 CV, trasferiti alle ruote posteriori tramite anche attraverso un cambio manuale a 7 rapporti, che rappresenta un’alternativa all’automatico sequenziale.
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Al posto di un display contemporaneo, vanta strumenti classici e un volante minimalista con pulsanti integrati per le funzioni fondamentali. L’estetica costituisce un omaggio alle icone degli anni Cinquanta e Sessanta, reinterpretate in chiave moderna. Plasmata secondo canoni stilistici immortali fusi a elementi aerodinamici funzionali, è espressione del puro piacere di guida. L’adozione di materiali innovativi e leggeri quali il carbonio e il titanio consente ai progettisti di raggiungere un rapporto peso-potenza e una maneggevolezza straordinari.
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