La Striscia di Gaza, un territorio di circa 41 km di lunghezza e 12 km di larghezza situato sulla costa orientale del Mar Mediterraneo, è al centro di una complessa e prolungata crisi umanitaria e politica. La sua storia, segnata da conflitti e occupazioni, la rende un punto nevralgico nel panorama geopolitico globale.

Una situazione umanitaria disastrosa

La situazione attuale a Gaza è caratterizzata da una devastazione umanitaria senza precedenti. Secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), oltre l'80% della popolazione è stata costretta a sfollare almeno una volta a causa delle operazioni militari israeliane. Queste operazioni si sono progressivamente estese da nord a sud, coinvolgendo anche Rafah, l'ultimo rifugio per centinaia di migliaia di civili.

Le infrastrutture civili sono state sistematicamente colpite. L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) segnala il collasso del sistema sanitario, con una grave carenza di medicinali salvavita, carburante per i generatori ospedalieri, incubatrici funzionanti, anestetici e sacche di sangue. I pochi ospedali ancora attivi operano in condizioni disperate, spesso senza sterilizzazione, elettricità o acqua corrente.

Anche sul piano alimentare, la situazione è drammatica. Il Programma Alimentare Mondiale (WFP) e la FAO hanno classificato la crisi come una carestia imminente. La Striscia di Gaza sta ricevendo solo la metà della quantità di cibo necessaria, e la maggior parte dei camion che trasportano aiuti umanitari non raggiunge le proprie destinazioni a causa delle restrizioni israeliane. A Khan Younis, nella zona di al-Mawasi, i palestinesi si sono radunati davanti a una mensa popolare in attesa di ricevere cibo.

L'accesso umanitario a Gaza rimane estremamente limitato, quando non del tutto bloccato. Secondo OCHA, gli aiuti che riescono a entrare rappresentano una frazione minima del fabbisogno della popolazione. I principali valichi di ingresso sono spesso chiusi o soggetti a lunghi controlli, ritardi arbitrari e restrizioni imposte dalle autorità israeliane. L'UNRWA, principale agenzia dell'ONU operante sul campo, ha denunciato non solo impedimenti burocratici e logistici, ma anche attacchi diretti ai propri magazzini, scuole e convogli. In diverse occasioni, i camion carichi di aiuti sono stati saccheggiati o colpiti prima della distribuzione. Le condizioni di sicurezza sono tali che molte organizzazioni umanitarie hanno dovuto sospendere o ridurre drasticamente le attività, lasciando oltre due milioni di persone senza supporto adeguato.

Paradossalmente, appena fuori Gaza (o anche dentro la stessa città), nei magazzini tonnellate di cibo, acqua pulita, forniture mediche, rifugi e carburante giacciono inutilizzati.

Bilancio delle vittime e accuse di genocidio

In questo scenario estremamente precario, è praticamente impossibile avere dati certi sui morti e i feriti causati dal conflitto tra Israele e Palestina. Secondo i dati diffusi dal Ministero della Salute (MoH) di Gaza, tra il 7 ottobre 2023 e il 16 luglio 2025 sono stati uccisi almeno 58.573 palestinesi e 139.607 sono rimasti feriti. In almeno la metà dei casi si tratta di donne e bambini. Queste cifre, pur basate su rilevazioni quotidiane da parte delle strutture sanitarie locali e riportate anche dall'ONU, sono da tempo oggetto di tentativi di delegittimazione politica. Tuttavia, agenzie internazionali come OCHA e OMS continuano a considerarle le fonti più complete e affidabili disponibili in un contesto in cui l'accesso indipendente al territorio è estremamente limitato, le comunicazioni sono spesso interrotte e molti corpi restano sepolti sotto le macerie o non identificati. Il vero bilancio, dunque, potrebbe essere ancora più grave.

La guerra tra Israele e Hamas, iniziata nell'ottobre 2023, si sta rivelando per ciò che è: un vero e proprio genocidio ai danni del popolo palestinese. Gaza è ormai rasa al suolo, come dimostrano anche alcune foto che circolano a livello internazionale. La Striscia è sottoposta a bombardamenti costanti, stretta nella morsa della fame e sotto minaccia di occupazione da parte delle truppe israeliane. Anche David Grossman, scrittore e intellettuale israeliano di fama mondiale, in una recente intervista uscita sulla stampa italiana, seppur tra mille sofferenze, ha scelto di utilizzare la parola genocidio per parlare di ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza. Le parole di Grossman sono state poi condivise da molti altri esponenti della comunità ebraica, come la storica e scrittrice italiana Anna Foa, e hanno avuto ampia eco internazionale. È il segno che in Palestina è stata varcata una soglia di orrore insopportabile e che la tragedia in corso interroga la coscienza di tutti, ovunque.

Sforzi diplomatici e piani di pace

Di fronte alla devastazione di Gaza, cresce la pressione della società civile globale per un cessate il fuoco immediato e permanente, che ponga fine all'assedio e apra finalmente alla possibilità di una risposta umanitaria degna di questo nome. Le prese di posizione in tal senso si moltiplicano da mesi. Recentemente, ad esempio, oltre 100 organizzazioni non governative hanno lanciato appelli congiunti ai governi, denunciando non solo l'entità della crisi, ma l'assoluta inadeguatezza dell'attuale risposta politica.

Gli Stati Uniti hanno presentato ai paesi partner una bozza di risoluzione per il Consiglio di sicurezza dell'Onu volta sul sostegno del piano di pace di Donald Trump per Gaza, che prevede il dispiegamento di una forza internazionale. L'ambasciatore americano all'Onu Michael Waltz ha convocato i membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza, i rappresentanti di Algeria, Danimarca, Grecia, Guyana, Pakistan, Panama, Sud Corea, Sierra Leone, Slovenia e Somalia per discutere la bozza di risoluzione su Gaza. Gli Stati Uniti hanno accolto alla riunione «anche Egitto, Qatar, Arabia Saudita, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, dimostrando il sostegno regionale alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su Gaza».

La risoluzione accoglie il Board of Peace e autorizza la Forza Internazionale di Stabilizzazione delineata nel piano di pace in venti punti per Gaza del presidente Donald Trump. Questo include la continuazione degli aiuti umanitari e il rilascio di tutti gli ostaggi, aprendo la strada a una Gaza più sicura e prospera. La forza di stabilizzazione internazionale è prevista dal piano di pace in 20 punti del presidente americano Donald Trump. Lunedì scorso gli Stati Uniti hanno inviato a diversi membri del Consiglio di Sicurezza Onu una bozza di risoluzione sull’istituzione di questa forza da dispiegare nella Striscia di Gaza con un mandato di almeno due anni, fino alla fine del 2027.

Il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha sottolineato l’importanza che qualsiasi forza di stabilizzazione venga dispiegata nella Striscia di Gaza abbia «piena legittimità internazionale».

Scambi di prigionieri e restituzione di corpi

Nell'ambito degli sforzi per allentare la tensione e promuovere la pace, sono stati effettuati scambi di prigionieri tra Israele e Hamas. L'accordo sulla prima fase del piano Trump per la fine della guerra a Gaza prevedeva la liberazione di 20 ostaggi israeliani e di circa 2mila detenuti palestinesi: 250 ergastolani, condannati per attentati e omicidi, e 1.722 incarcerati dal 7 ottobre 2023, non coinvolti nell'attacco di Hamas, tra cui anche 22 minorenni.

Inoltre, sono stati effettuati scambi di corpi tra le due parti. Le autorità israeliane hanno restituito a quelle della Striscia di Gaza le salme di 15 palestinesi, dopo la riconsegna da parte di Hamas del corpo del sergente Itay Chen, ucciso e rapito il 7 ottobre del 2023. In conformità con i termini dell'accordo di cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, per ogni soldato israeliano restituito dal movimento islamista palestinese, Israele restituisce 15 corpi palestinesi.

Il ruolo della Turchia e degli aiuti umanitari

Il capo dei servizi segreti turchi (Mit) Ibrahim Kalin ha avuto un incontro a Istanbul con una delegazione di Hamas, guidata dal presidente dell'ufficio politico dell'organizzazione palestinese, Khalil al-Hayya. Durante il colloquio, la delegazione di Hamas ha ribadito il suo impegno a favore dell'accordo di cessate il fuoco e sono state discusse le misure necessarie affinché la tregua proceda mentre si sono tenute anche consultazioni sui percorsi da seguire per l'attuazione delle fasi successive al piano di cessate il fuoco. L'incontro ha anche affrontato il tema degli aiuti umanitari da parte della Turchia per Gaza e degli sforzi per alleviare la crisi umanitaria nella regione.

L'impegno dell'Italia

Anche l'Italia è impegnata nel fornire assistenza umanitaria alla popolazione di Gaza. Un nuovo gruppo di minori palestinesi è stato accolto in Italia. Si tratta di quattro minori palestinesi, che saranno accolti e curati nel nostro Paese, con oltre venti tra familiari ed accompagnatori, arrivati all'aeroporto militare di Ciampino a bordo di un C130. Nella notte di mercoledì è previsto l’arrivo in Italia di 19 bambini, che saranno accolti e curati, seguiti da familiari ed accompagnatori, per un totale di 112 persone, a bordo di tre aerei messi a disposizione dalla Difesa.

Inoltre, la Regione Lazio ha stanziato due milioni e centomila mila euro per questa crisi umanitaria. Un milione e centomila va in collaborazione con l’Oms per la crisi umanitaria a Gaza, ricostruendo un centro per le donne operate al seno e in Cisgiordania lavorando insieme con il ministero degli Esteri sulle cliniche mobili, sul sostegno psicologico soprattutto per i più giovani.

Sfide e prospettive future

Nonostante gli sforzi diplomatici e umanitari, la situazione a Gaza rimane estremamente precaria. La distruzione delle infrastrutture, la mancanza di accesso a beni di prima necessità e la continua violenza rendono la vita quotidiana insostenibile per la maggior parte della popolazione.

Uno dei problemi principali di Gaza è l’isolamento. Sottoposta a un blocco terrestre, marittimo e aereo da parte di Israele (e in parte anche dell’Egitto), Gaza è oggi descritta da molte organizzazioni internazionali come “la più grande prigione a cielo aperto del mondo”. L’accesso limitato a cibo, acqua potabile, medicine, elettricità e materiali da costruzione rende la vita quotidiana estremamente difficile. I cicli di violenza, i bombardamenti e la distruzione di infrastrutture civili (come ospedali e scuole) aggravano ulteriormente la crisi.

Inoltre, l’Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani ha espresso preoccupazione per le dichiarazioni di alcuni membri del governo israeliano che evocano scenari di rioccupazione permanente della Striscia. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha ricordato che qualsiasi annessione o controllo militare protratto di un territorio occupato costituisce una grave violazione del diritto internazionale.

Per il futuro di Gaza, è fondamentale un cessate il fuoco immediato e permanente, la fine dell'assedio e un accesso umanitario senza restrizioni. È inoltre necessario un impegno internazionale per la ricostruzione delle infrastrutture e il sostegno alla popolazione civile. Solo attraverso una soluzione politica giusta e duratura sarà possibile garantire la pace e la stabilità nella regione.

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